mercoledì 31 agosto 2016

La cappella di S.Severo, Napoli - La leggenda del velo



La cappella Sansevero (detta anche chiesa di Santa Maria della Pietà o Pietatella) è tra i più importanti musei di Napoli. Situata nelle vicinanze della piazza San Domenico Maggiore, questa chiesa, oggi sconsacrata, è attigua al palazzo di famiglia dei principi di Sansevero, da questo separata da un vicolo una volta sormontato da un ponte sospeso che consentiva ai membri della famiglia di accedere privatamente al luogo di culto.

La cappella ospita capolavori come il Cristo velato, conosciuto in tutto il mondo per il suo velo marmoreo che quasi si adagia sul Cristo morto, la Pudicizia e il Disinganno, ed è nel suo insieme un complesso singolare e carico di significati. Essa ospita anche numerose altre opere di pregiata fattura o inusuali, come le macchine anatomiche, due corpi totalmente scarnificati dove è possibile osservare, in modo molto dettagliato, l'intero sistema circolatorio. Oltre ad essere stato concepito come luogo di culto, il mausoleo è soprattutto un tempio massonico carico di simbologie, che riflette il genio e il carisma di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, committente e allo stesso tempo ideatore dell'apparato artistico settecentesco della cappella.
Posto al centro della navata della Cappella Sansevero, il Cristo velato è una delle opere più note e suggestive al mondo. Nelle intenzioni del committente, la statua doveva essere eseguita da Antonio Corradini, che per il principe aveva già scolpito la Pudicizia. Tuttavia, Corradini morì nel 1752 e fece in tempo a terminare solo un bozzetto in terracotta del Cristo, oggi conservato al Museo di San Martino.

Fu così che Raimondo di Sangro incaricò un giovane artista napoletano, Giuseppe Sanmartino, di realizzare “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua”.


Sanmartino tenne poco conto del precedente bozzetto dello scultore veneto. Come nella Pudicizia, anche nel Cristo velato l’originale messaggio stilistico è nel velo, ma i palpiti e i sentimenti tardo-barocchi di Sanmartino imprimono al sudario un movimento e una significazione molto distanti dai canoni corradiniani. La moderna sensibilità dell’artista scolpisce, scarnifica il corpo senza vita, che le morbide coltri raccolgono misericordiosamente, sul quale i tormentati, convulsi ritmi delle pieghe del velo incidono una sofferenza profonda, quasi che la pietosa copertura rendesse ancor più nude ed esposte le povere membra, ancor più inesorabili e precise le linee del corpo martoriato.

La vena gonfia e ancora palpitante sulla fronte, le trafitture dei chiodi sui piedi e sulle mani sottili, il costato scavato e rilassato finalmente nella morte liberatrice sono il segno di una ricerca intensa che non dà spazio a preziosismi o a canoni di scuola, anche quando lo scultore “ricama” minuziosamente i bordi del sudario o si sofferma sugli strumenti della Passione posti ai piedi del Cristo. L’arte di Sanmartino si risolve qui in un’evocazione drammatica, che fa della sofferenza del Cristo il simbolo del destino e del riscatto dell’intera umanità.

Particolare del drappeggio
Il Cristo velato del Sanmartino è uno dei più grandi capolavori della scultura di tutti i tempi. Fin dal ’700 viaggiatori più o meno illustri sono venuti a contemplare questo miracolo dell’arte, restandone sconcertati e rapiti. Tra i moltissimi estimatori si ricorda Antonio Canova, che durante il suo soggiorno napoletano provò ad acquistarlo e si tramanda dichiarasse in seguito che avrebbe dato dieci anni di vita pur di essere lo scultore di questo marmo incomparabile.

E ancora: nelle sue memorie di viaggio il marchese de Sade esaltò “il drappeggio, la finezza del velo […] la bellezza, la regolarità delle proporzioni dell’insieme”; Matilde Serao consacrò in un densissimo scritto tutta la passione significata dalle fattezze del Cristo; il maestro Riccardo Muti ha scelto il volto del Cristo per la copertina del suo Requiem di Mozart; lo scrittore argentino Hector Bianciotti ha parlato di “sindrome di Stendhal” al cospetto del velo marmoreo “piegato, spiegato, riassorbito nelle cavità di un corpo prigioniero, sottile come garza sui rilievi delle vene”. Da ultimo, in un’intervista rilasciata a «Il Mattino», Adonis, uno dei più grandi poeti contemporanei, ha definito il Cristo velato “più bello delle sculture di Michelangelo”.

La fama del Cristo velato cresce ogni giorno di più. Un sondaggio tenutosi durante la XVII edizione della fiera libraria Galassia Gutenberg (aprile 2006) lo ha incoronato monumento simbolo di Napoli. Infine, nella primavera del 2008 la Regione Campania ha scelto la foto del Cristo di Sanmartino per una campagna pubblicitaria volta a rilanciare l’immagine della città, mortificata dalla nota crisi dei rifiuti.


La fama di alchimista e audace sperimentatore di Raimondo di Sangro ha fatto fiorire sul suo conto numerose leggende. Una di queste riguarda proprio il velo del Cristo di Sanmartino: da oltre duecentocinquant’anni, infatti, viaggiatori, turisti e perfino alcuni studiosi, increduli dinanzi alla trasparenza del sudario, lo hanno erroneamente ritenuto frutto di un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto dal principe di Sansevero.

In realtà, il Cristo velato è un’opera interamente in marmo, ricavata da un unico blocco di pietra, come si può constatare da un’osservazione scrupolosa e come attestano vari documenti coevi alla realizzazione della statua. Ricordiamo tra questi un documento conservato presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli, che riporta un acconto di cinquanta ducati a favore di Giuseppe Sanmartino firmato da Raimondo di Sangro (il costo complessivo della statua ammonterà alla ragguardevole somma di cinquecento ducati). Nel documento, datato 16 dicembre 1752, il principe scrive esplicitamente: “E per me gli suddetti ducati cinquanta gli pagarete al Magnifico Giuseppe Sanmartino in conto della statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo…”. Anche nelle lettere spedite al fisico Jean-Antoine Nollet e all’accademico della Crusca Giovanni Giraldi, il principe descrive il sudario trasparente come “realizzato dallo stesso blocco della statua”. Lo stesso Giangiuseppe Origlia, il principale biografo settecentesco del di Sangro, specifica che il Cristo è “tutto ricoverto d’un lenzuolo di velo trasparente dello stesso marmo”.


Il Cristo velato è, dunque, una perla dell’arte barocca che dobbiamo esclusivamente all’ispiratissimo scalpello di Sanmartino e alla fiducia accordatagli dal suo committente. Il fatto che l’opera sia stata realizzata da un unico blocco di marmo, senza l’aiuto di alcuna escogitazione alchemica, conferisce alla statua un fascino ancora maggiore.


 La leggenda del velo, però, è dura a morire. L’alone di mistero che avvolge il principe di Sansevero e la “liquida” trasparenza del sudario continuano ad alimentarla. D’altra parte, era nelle intenzioni del di Sangro – in questa come in altre occasioni – suscitare meraviglia: non a caso fu egli stesso a constatare che quel velo marmoreo era tanto impalpabile e “fatto con tanta arte da lasciare stupiti i più abili osservatori”.

martedì 23 agosto 2016

“La città dell’acqua”. I sotterranei di Fontana di Trevi


Nel 1999, a pochi metri da Fontana di Trevi, i lavori per la realizzazione di una nuova sala cinematografica (la Sala Trevi, intitolata ad Alberto Sordi), hanno offerto l’occasione per una fortunata campagna di scavo.


Le ricerche, condotte dalla Soprintendenza Archeologica di Roma con la direzione scientifica di Claudio Moccheggiani Carpano, si sono svolte tra il 1999 ed il 2001 grazie alla disponibilità offerta dal Gruppo Cremonini, società proprietaria dell’immobile e committente dei lavori.


Le indagini, estese per una superficie complessiva di 350 mq ed una profondità massima di 9 m, hanno rimesso in luce un complesso edilizio di età imperiale, testimonianza dell’antico tessuto urbanistico della città.

Sottoscala dell'insula neroniana
Il progetto di piena valorizzazione del sito ha posto le premesse per la sua fruizione costante da parte del pubblico e rappresenta un vero e proprio modello di sinergia fra pubblica amministrazione e impresa privata.

Cavaedium
I rinvenimenti sono riferibili ad un caseggiato (insula) edificato unitariamente ma articolato in due edifici indipendenti. Questo complesso abitativo destinato alla residenza intensiva venne successivamente trasformato, intorno alla metà del IV secolo, in una lussuosa residenza signorile (domus). Nell’ambito della suddivisione amministrativa della città in quattordici regioni voluta da Augusto, l’area del Vicus Caprarius era compresa nella VII regio via Lata.


In particolare gli edifici messi in luce sorgevano lungo il tratto urbano dell’antica via Salaria vetus che, nel tratto corrispondente alle attuali via di San Vincenzo e via dei Lucchesi, assumeva la denominazione di Vicus Caprarius (probabilmente in relazione alla presenza di una aedicula Capraria, luogo di culto dedicato a Iuno Caprotina).

L’acqua è senza dubbio l’elemento che caratterizza maggiormente il Vicus Caprarius, ed il termine “Città dell’Acqua”, usato correntemente per definire il sito, è dovuto proprio alla sua presenza (sgorga dal sottosuolo e filtra attraverso le antiche murature in opera laterizia) ed alla funzione di alcune delle strutture portate alla luce. Dopo l’anno 123 d.C., infatti, una parte dell’edificio venne trasformata in un grande serbatoio idrico, con capacità stimabile in circa 150.000 litri, da identificarsi con un serbatoio di distribuzione dell’Acquedotto Vergine.

Acquedotto Vergine
 Nelle tre sezioni dell’Antiquarium, l’esposizione dei materiali rinvenuti durante lo scavo (tra cui il celebre volto di Alessandro helios) integra la visita e la comprensione delle strutture. Grazie allo studio dei materiali, infatti, per gli archeologi è stato possibile ricostruire la continuità d’utilizzo (dall’epoca romana fino ai giorni nostri) e le trasformazioni che hanno caratterizzato gli spazi nel corso dei secoli. In un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo il visitatore potrà toccare con mano la millenaria stratificazione di Roma, osservando le testimonianze archeologiche dei grandi eventi che hanno caratterizzato la storia della città.

Alessandro Helios
Statua della Città dell'Acqua
Anfore rinvenute nella Città dell'Acqua
Tesoretto in monete di bronzo

giovedì 11 agosto 2016

La Cattedrale del sale di Realmonte



A pochi chilometri dal paese di Realmonte, in contrada Scavuzzo, provincia di Agrigento, si trova una delle più grandi ed importanti miniere di sale della Sicilia. Circa 25 km di gallerie realizzate su diversi livelli in cui si estraggono oltre al sale da cucina anche kainite e sali potassici.

Insieme alla miniera di Racalmuto e a quella di Petralia Soprana (provincia di Palermo) è una delle tre miniere siciliane di salgemma ancora attive. A Racalmuto e Petralia il prodotto viene anche confezionato. La miniera, così come le altre due, è in concessione alla società Italkali, e si estende nel sottosuolo dei territori di Siculiana e Raffadali.
Il giacimento di Realmonte formatosi circa 6 milioni di anni fa’ è una delle fonti maggiori di estrazione del sale in Sicilia insieme con le miniere di Racalmuto e Pasquasia.

L'Ultima cena
All’interno della miniera di salgemma di Realmonte si possono ammirare delle particolarità geologiche che la rendono unica nel suo genere.

Il Rosone
A circa 75 mt di profondità si trova il “Rosone”, una serie di cerchi concentrici di salgemma ed altri sali colorati che offre uno spettacolo di esplosività naturale mozzafiato, e la “Cattedrale di Sale”, una vera e propria Chiesa consacrata, scavata e scolpita nel sale dagli stessi minatori a poco meno di 100 mt di profondità e circa 30 mt sotto il livello del mare.

Bassorilievo di S.Barbara
Per quanto riguarda la Chiesa, dedicata a Santa Barbara protettrice dei minatori, spesso viene erroneamente immaginata piccola ed angusta poichè nelle viscere di una montagna, è al contrario invece ampia tanto da lasciare sorpresi la maggior parte dei visitatori.

La Sacra Famiglia
Con una capacità di 800 posti a sedere, la Cattedrale del Sale è un esempio di arte unica al mondo, ricca di opere e capolavori come i bassorilievi scolpiti nelle pareti di sale che rappresentano Santa Barbara, la Sacra Famiglia e Gesù crocifisso.

Il Crocifisso
La Mensa
Edicola Sacra
Troviamo inoltre due acquasantiere realizzate da unici blocchi di sale, una cattedra vescovile, la mensa e l’ambone, una croce ed un cero pasquale. E’ proprio in questa cattedrale che ogni 4 dicembre il vescovo celebra la messa di Santa Barbara protettrice dei minatori in presenza di molte autorità della Provincia.
E’ possibile visitare questi tesori unici al mondo ogni ultimo mercoledì del mese accedendo nelle gallerie con un bus navetta che percorre cunicoli e gallerie portando gli escursionisti direttamente in loco.

venerdì 5 agosto 2016

Larimar - La Pietra di Atlantide

Dolphin Stone - Pectolite blu - Pietra di Atlantide - Pietra di Stefilia

 

La pietra Larimar fu scoperta, nell'anno 1916 a Barahona, a sud-ovest della Repubblica Dominicana,
da un sacerdote spagnolo, Miguel Domingo Fuertes. La notizia venne diffusa ma non fu intrapresa alcuna azione mineraria.


Il Larimar destò particolare attenzione nel 1974 quando un americano, Miguel Mendez, la riscoprì sulle spiagge di Barahona.
Il nome della pietra Larimar fu dato in onore della figlia Larisa e Mar (dal nome spagnolo per mare), visto che i colori della gemma somigliavano al mare dei Caraibi.
Esiste solo un posto di estrazione per questa gemma rara e si trova nell'angolo sud-ovest del paese. Edgar Cayce (noto fotografo e chiaroveggente) predisse che in una delle isole dei Caraibi, essendo i resti della terra di Atlantide, una pietra blu di origine atlantidea sarebbe emersa con gli attributi di guarigione straordinaria.

Le proprietà del Larimar ne fanno una gemma dalle enormi potenzialità, uno dei pochi cristalli per bilanciare tutte le polarità energetiche. Il Larimar raffredda gli animi e le paure, calma e allevia lo stress,  nutre il corpo fisico ed emotivo. Il Larimar può essere una fonte di ispirazione e incoraggiamento verso il miglioramento della propria realtà personale, specie sui piani spirituali e fisici.
La pietra Larimar può alleviare la pressione alta e i problemi legati allo stress, oltre che alleviare un eccessivo eccesso di febbre ed infiammazioni.
La quantità disponibile di Larimar è tutt'ora sconosciuta, il che rende la reperibilità di questa pietra molto incerta a lungo termine.


Larimar è un marchio registrato per una rara varietà blu, gemma-qualità del pectolite minerale. Pectolite normalmente è di colore grigio e in realtà non è raro e si trova in molte località del mondo. Ma il blu Larimar si trova solo in un luogo in tutto il mondo - la Repubblica Dominicana.
Il  Larimar è un silicato di calcio idrato di sodio con manganese. Il suo colore blu distinto è dovuto al calcio di essere sostituito da impurità di rame. La composizione del Larimar è spesso mescolata con altri materiali come calcite e ematite. Il suo colore può variare dal bianco al celeste, e dal cielo blu medio vulcanico.


La storia del Larimar si basa su molte leggende e storie. Si narra che sia stato trovato da Padre Miguel Domingo Fuertes Loren nel 1916 nella Repubblica Dominicana, ma poi dimenticato - fino alla sua recente 'riscoperta', nel 1974, da Miguel Méndez, domenicano locale.
Oggi, blu Larimar è molto popolare in tutti i Caraibi, ma è estremamente raro trovarla altrove.


Il colore del Larimar può variare da azzurro molto chiaro al blu verdastro, e dal cielo blu medio a 'blu vulcanico', simile al turchese. Si forma raramente in tinta unita; la maggior parte delle pietre mostrano bianche marmorizzazioni circolari.

Larimar con inclusioni dendritiche

Il colore blu è dovuto a tracce di rame. Alcune pietre possono presentare anche macchie di verde, rosso o marrone come risultato di ossidazione e la presenza di ferro.


Pietre con meno bianchi e profondi colori blu sono considerati più preziose. La qualità si base anche sul colore; infatti il bianco è la qualità più bassa, mentre il blu vulcanico è la più alta qualità. 


Il Larimar è tipicamente opaco, anche se alcuni materiali più fini possono apparire un pò trasparenti. 
Le pietre spesso mostrano gruppi di inclusioni aghiformi che possono dare un leggero effetto di gatteggiamento semplice (occhio di gatto).
Il suo colore attraente e la sua durezza, la capacità di lucidarsi e la lucentezza di questa pietra la rende un ottimo materiale per la gioielleria.